Mani
in alto è una di quelle frasi
che ci suonano familiari anche se non
siamo mai stati vittime o esecutori
di una rapina. La pronunciavano i bambini
impugnando una pistola ad acqua o puntando
il dito indice quando ancora si giocava
a guardie e ladri o a cowboys e indiani.
Adesso non so se c’è bisogno
di pronunciare qualcosa o basta spingere
un pulsante per abbattere il nemico.
Sicuramente, la frase, non la pronunciò
il pilota che sganciò la bomba
atomica su Hiroshima, il quale, alla
domanda sui cosa avesse provato, rispose:
niente, quello era il mio lavoro. Sicuramente
non hanno dovuto pronunciarlo i burocrati
nazisti programmando un banale sterminio.
Numerosi sono i casi storici e quotidiani
in cui nessuno pronuncia “mani
in alto”ma c’è sopraffazione,
c’è sfruttamento, c’è
offesa. Sarà per questo che la
frase, diventata titolo del giornale,
ci sembra un po’ più onesta.
Chi la pronuncia si fa riconoscere,
si scopre, mette in gioco il suo corpo
e in mostra la sua faccia. Però,
però, la scelta di un titolo,
al di là delle spiegazioni-giustificazioni
che si danno a posteriori, è
in parte casuale. Il nostro
“caso” è stato un
tappo di spumante saltato quando qualcuno,
dopo un numero imprecisato di proposte,
ha pronunciato “MANINALTO”
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